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I bunker della Seconda Guerra Mondiale a Ravenna

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Passeggiando in pineta, a Marina di Ravenna e a Punta Marina, si incontrano dei manufatti in cemento armato che giacciono abbandonati fra gli stradelli e i pini, oggetti di cui spesso non conosciamo l’origine o la funzione.

Si tratta di bunker, ovvero fortificazioni difensive costruite per la maggior parte durante la Seconda Guerra Mondiale anche se, in un caso, possiamo trovare baluardi risalenti alla Prima Guerra Mondiale.

Fortunatamente, da alcuni anni i bunker della Seconda Guerra Mondiale a Ravenna, sono state oggetto di interesse, inizialmente da parte di alcuni volontari, appassionati da tempo di storia del Novecento, curiosi di conoscere il riutilizzo a carattere civile dei reperti bellici, in pratica il loro riuso nella vita quotidiana, di cui sono collezionisti.

In seguito, sono state coinvolte istituzioni come Università degli Studi di Bologna, Pro Loco di Marina di Ravenna (capofila del progetto), Punta Marina, Porto Corsini e Casalborsetti, e Assessorato al Turismo del Comune di Ravenna che, con il contributo della regione Emilia-Romagna, hanno promosso la valorizzazione dei bunker a fini divulgativi e turistici. A questo fine sono stati organizzati, a partire dall’ultimo inverno, dei corsi formativi destinati alle guide turistiche del territorio, che inizialmente si sono svolti online, durante il periodo di lockdown e successivamente sul posto, non appena le condizioni sanitarie lo hanno permesso.

L’esito finale di tutto questo impegno si è concretizzato con la programmazione di visite guidate a cui stanno aderendo numerosi ed entusiasti partecipanti che possono conoscere, in questo modo, una fetta importante della nostra storia più recente.

I BUNKER DELLA BATTERIA POLA

Percorrendo il sentiero che inizia in via Ciro Menotti, a fianco del Parco Pubblico di Marina di Ravenna, e che si inoltra nella pineta, si possono notare, sulla sinistra, quattro strutture a breve distanza l’una dall’altra.

Fanno parte di una fortificazione difensiva, denominata Batteria Pola e costruita nel 1917, mentre la Prima Guerra Mondiale era in pieno svolgimento.

La prima costruzione era adibita a deposito: da qui venivano prelevate le munizioni che dovevano rifornire le artiglierie installate sui bunker adiacenti, di cui oggi si conservano tre esemplari. In origine, la fortificazione era composta da altri tre bunker che, purtroppo, sono stati demoliti nel corso del tempo, probabilmente per ricavarne la ghiaia con cui tracciare il sentiero che oggi percorriamo per addentrarci in pineta.

Nei basamenti superstiti si possono ancora vedere le ghiere che, ruotando a 360 gradi, permettevano al cannone di colpire da ogni angolazione.

L’installazione di questo bastione difensivo si era reso necessario come supporto all’area militare di Porto Corsini (l’antico nome di Marina di Ravenna) dotata di sommergibili e idrovolanti.      La base aeronavale, già installata nel 1906 dalla Regia Marina, era stata potenziata con l’entrata in guerra dell’Italia, ed è proprio qui che, purtroppo, fu colpita la prima vittima italiana della Grande Guerra: Natale Zen. A dire la verità a Porto Corsini si verificarono molte “prime volte”: aneddoti curiosi che mi piace raccontare durante le visite guidate in questo sito!

Tornando ai bunker della Prima Guerra Mondiale, si doveva proteggere anche la città dalle incursioni aeree nemiche, particolarmente gravi nel corso del 1916, quando furono bombardati diversi edifici pubblici e privati di cui, fra i più importanti, ricordiamo la stazione ferroviaria, la fabbrica e raffineria di zolfo Almagià, gli edifici portuali della Darsena, l’ospedale (allora adiacente alla Basilica di San Giovanni Evangelista) e lo zuccherificio di Classe. Purtroppo, si registrarono anche delle vittime e per la maggior parte si trattava di civili.

Durante il bombardamento del 12 febbraio 1916 fu colpita pesantemente la basilica di Sant’Apollinare Nuovo, un monumento costruito tra la fine del V e l’inizio del VI secolo, oggi dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, che riportò danni importanti alle sue strutture – con sventramento del fronte della basilica e del relativo portico – tanto da far temere la perdita irreversibile dei suoi meravigliosi mosaici, con grande sdegno sia a livello nazionale che internazionale.

Le incursioni aeree del nemico venivano facilitate da un indicatore che guidava la rotta degli avieri, come una specie di “freccia” che mostrava la direzione del bersaglio: si trattava del canale Candiano che, risalito dalla costa per dodici chilometri, permetteva di raggiungere dall’alto il cuore della città.

Oltre alla postazione fortificata Pola esistevano altre due postazioni che dovevano cercare di impedire l’accesso dei mezzi aerei e i conseguenti bombardamenti, ma di queste non rimangono tracce.

A dire il vero, anche i bunker della Batteria Pola erano praticamente sconosciuti fino a pochi anni fa, quasi scomparsi sotto cumuli di terra e completamente ricoperti da vegetazione: addirittura su uno di loro, cresceva un arbusto!

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Le ricerche dei volontari, guidati dalla loro passione inesauribile, hanno permesso di reperire alcune mappe dalle quali è stato possibile risalire al luogo e alla data di costruzione. Con l’aiuto di alcuni mezzi del Corpo Forestale dello Stato, sono stati effettuati degli scavi e, solo pochissimi anni fa, sono stati riportati alla luce questi manufatti, che rappresentano una testimonianza importante sul periodo della Grande Guerra nella costa ravennate.

I BUNKER DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

Molto più numerosi furono i bunker costruiti nel corso della Seconda Guerra Mondiale, stando alle foto aeree che sono state scattate dagli Alleati durante il conflitto e che sono arrivate fino ai giorni nostri.

Dopo il proclama di armistizio, l’8 settembre 1943, l’Italia fu considerata dal Reich come un nemico, così iniziò la costruzione di diverse linee fortificate che “tagliavano” la penisola da costa a costa, per proteggere il cuore del Reich. Una delle più importanti era la Linea Gotica, un’opera difensiva che si estendeva da Massa-Carrara, nel Tirreno, a Pesaro, nell’Adriatico. I tedeschi temevano che uno sbarco alleato potesse aggirare questa linea, perciò vennero realizzati numerosi elementi difensivi che coprivano un territorio costiero pari a circa 130 km, da Pesaro fino alla foce del Po.

L’esecuzione venne affidata all’Organizzazione Todt, un’impresa privata ideata dal ministro degli Armamenti e degli Approvvigionamenti, Fritz Todt, che inizialmente si occupava soprattutto linee e infrastrutture stradali e ferroviarie, ma che successivamente divenne responsabile di tutte le costruzioni belliche.

Dapprima, per la costruzione, si utilizzò manodopera ingaggiata su base volontaria ma, con il proseguire del conflitto, il reclutamento avvenne in modo coatto. Gli operai lavoravano 12 ore al giorno e ricevevano, come pasto, una scodella di orzo bollito. Non proprio nutriente dopo tutti gli sforzi della giornata!

Il sistema difensivo era costituito da diversi manufatti, interdipendenti fra di loro, disposti lungo la linea di costa sabbiosa e adatti per fronteggiare un attacco dal mare.

Il perimetro di ogni fortificazione era circondato dai “denti di drago”, sbarramenti anticarro in cemento armato, a forma piramidale tronca, da chilometri di filo spinato e da centinaia di mine che dovevano impedire l’avanzata dei mezzi pesanti.

All’interno di questo perimetro venivano costruiti i veri e propri bunker di forme e tipologie differenti, a seconda del loro utilizzo.

I Tobruk, di piccole dimensioni, erano dotati di torrette con un’apertura circolare per il sostegno di mitragliatrici o mortai e potevano ospitare due soldati, di cui uno incaricato a generare la potenza di fuoco e l’altro di supporto alle operazioni di caricamento dei proiettili.

I Regelbau, invece, erano strutture più grandi e articolate, destinate al ricovero di sei soldati, oltre ad avere la funzione di postazione di radio e di comando. Erano costituiti da diverse stanze, separate fra di loro da corridoi con andamento a zig-zag per evitare l’espandersi delle deflagrazioni in caso di esplosione di bombe nemiche, di porte stagne per difendersi da attacchi con gas nonché di un’uscita di sicurezza. All’interno della stanza principale si trovava l’impianto radio per la comunicazione con l’esterno, tavoli e sedie per rifocillarsi e brandine appese alle pareti per il riposo notturno.

Ciò che è interessante è il fatto che i bunker della Seconda Guerra Mondiale a Ravenna venivano costruiti secondo principi molto rigidi e regolamentati. Esistevano dei manuali, i Typenheft, veri e propri “libretti di istruzioni”, che contenevano le indicazioni standard per la costruzione dei manufatti e da cui non si derogava. Una volta individuato il sito, nei manuali venivano individuati i bunker più adatti al contesto, di conseguenza si potevano ricavare tutti i dati necessari alla costruzione: ampiezza dello scavo, quantità di ferro per l’armatura, dimensioni delle murature, quantità di cemento e di inerti da utilizzare e altri dati utili per la realizzazione in tempi rapidi e in maniera uniforme.

I bunker erano collegati fra di loro da un sistema di trincee, per la cui costruzione furono disboscate le pinete che si trovavano presso il litorale. Oggi leggiamo la traccia di queste trincee percorrendo gli stradelli all’interno della pineta, soprattutto nella località di Punta Marina.

Tutto questo sforzo produttivo alla fine non servì a nulla… Lo sbarco alleato non avvenne mai! Tra l’agosto 1944 e il marzo/ aprile 1945 venne effettuata l’Operazione Olive, un piano di attacco via terra che vide lo sfondamento della Linea Gotica e la conquista della Pianura Padana da parte delle forze alleate, guidate dal comandante in capo, il generale Harold Alexander, immortalato in alcune foto presso l’aeroporto di Milano Marittima, costruito dagli Alleati, così come quello di Punta Marina, come base di appoggio alle successive operazioni militari.

E i bunker della Seconda guerra mondiale a Ravenna? Che fine hanno fatto? Se volete saperne di più, partecipate ad una delle mie visite guidate!

Per maggiori informazioni riguardo i bunker della Seconda guerra mondiale potete rivolgervi a Serena Zecchini: zserena@yahoo.com



Chi è Serena Zecchini?

Vive e lavora a Ravenna. È laureata con Lode, sia nel corso di Laurea Triennale in Beni Culturali che nel corso di Laurea Magistrale in Beni Archeologici, Artistici e del Paesaggio: Storia, Tutela e Valorizzazione, presso l’Alma Mater Studiorum – Università degli Studi di Bologna.

Ha conseguito l’abilitazione alla professione di guida turistica nel 2013.

Ha collaborato alla stesura della guida “Incontro a Dante. Percorsi guidati alla scoperta della Ravenna del Sommo Poeta”, SBC Edizioni, 2020, con un itinerario dedicato alla Ravenna trecentesca, al tempo di Dante Alighieri.

Appassionata di storia dell’arte, è sempre alla continua ricerca di informazioni di carattere storico e artistico, di aneddoti e di notizie curiose e insolite, relative alla propria città.

Ama viaggiare, visitare mostre, musei e siti archeologici, leggere e ascoltare musica.

Lingue parlate: italiano, inglese, francese

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